domenica 19 marzo 2017

A mio padre



Caro Papozzo, oggi è la tua festa ed è la prima volta che la trascorriamo separati. In 37 anni questa sarà la prima volta che ti farò gli auguri per telefono e non ti consegnerò trepidante un regalino. Mi sento come un'innamorata lontana dal suo amato (ed io so di cosa parlo visto che con A. la distanza l'abbiamo gestita per anni). Ma la distanza, caro Papà, spesso fa bene perchè stimola i ricordi, stimola a pensare e comprendere meglio il valore delle persone e delle cose. 



Con te e mamma al mio primo viaggio in Sardegna


Non ho molti ricordi di me da piccola però diversi sono con te: ricordo le nostre domeniche mattina a guardare i cartoni nel lettone. Te li ricordi? I Puffi, Lady Oscar, Belle e Sebastien che a te piaceva più di ogni altro. Anni dopo tu e Zeus sareste stati una sorta di Belle e Sebastien dei tempi moderni, inseparabili, complici, insostituibili l'uno per l'altro. E poi mi ricordo le gite in campagna, mi ricordo quando mi portavi in spalla, mi ricordo quando raccoglievamo le castagne, le partite a pallone con i miei fratelli, i cugini e lo zio. Mi ricordo le estati in Sardegna al mare, le partite a racchettoni al tramonto, quando la spiaggia era deserta e potevamo fare quel che ci pareva. 
Mi ricordo il campeggio a Varigotti, una delle esperienze più divertenti della mia vita, non avevo paura di niente perchè tanto c'eri tu. Mi ricordo la casa in campagna ad Alice Bel Colle ed i weekend trascorsi lì con tutta la famiglia e anche con gli zii e i miei adorati cugini. 
Mi ricordo le guerre che sono iniziate in famiglia, ad una certo punto, quando J. e I. sono diventati adolescenti, ricordo la tua severità nel tentativo di non perderli, di insegnargli i tuoi valori. A volte, te l'ho sempre detto, sei stato forse troppo severo con loro. Con me mai. Certo io ero molto più tranquilla di loro ma la verità è che con me sfoderavi una dolcezza che non avevi per nessun altro. Non era una preferenza, no, che tu di figli preferiti non ne hai mai avuti, ma era un riguardo speciale per la tua bambina. Per quella nanerottola che ti correva incontro, che ti abbracciava all'improvviso e che ti diceva sempre che ti voleva bene e che, un giorno, ti avrebbe sposato. Poi sono cresciuta e non ho più detto che ti avrei sposato, ovviamente, ma ho continuato ad abbracciarti e a dirti che ti volevo bene. 
Tu sei la persona che ha fatto con me il liceo: per farmi dormire un pò di più mi accompagnavi tutte le mattine a scuola e, siccome per te e mamma era imprescindibile che la famiglia si riunisse a tavola, mi venivi anche prendere, in modo che potessi mangiare con voi e non dopo da sola. Tu sei quello che, quando sono iniziate le feste per i diciottesimi, mi accompagnava e mi veniva a prendere anche alle tre di notte ed in qualsiasi luogo, perchè non ti fidavi a farmi tornare in macchina con altri che "chissà che combinate a quelle feste". Ma, allo stesso tempo, mi lasciavi sempre un pò prima del luogo di appuntamento e mi venivi a prendere con discrezione perchè non volevi che mi imbarazzassi. Ma sai, papà, io non mi imbarazzavo affatto perchè un papà come te me lo hanno sempre invidiato ed io mi pavoneggiavo sempre di essere così fortunata.
Ricordo la tristezza delle vigilie di natale a cenare senza di te perchè eri dovuto andare a lavorare. 
Il tuo lavoro che ti chiamava giorno e notte, sabato e domenica, festività varie. Potevano esserci cinquanta persone in casa ma a me mancava sempre il mio papà. E te lo ricordi papà cosa mi promettevi sempre? Che saresti tornato prima della mezzanotte per aprire i regali insieme.
Non hai mai tradito quella promessa.



Con Eva



Sono diventata una donna, papà e, ad un certo punto, ho deciso di sposare un uomo. Il mio fidanzato storico, quello che ti avevo presentato quando avevo 19 anni e che a 26 annunciai di voler sposare. Abbiamo comprato casa e tu l'hai ristrutturata per noi. E, al di la dell'aiuto economico che tu e mamma ci avete dato, io ricordo il lavoro che ci hai messo, ricordo che non hai permesso a nessuno di posare una piastrella nel bagno, hai fatto tutto tu, perchè doveva essere perfetto. E lo hai fatto, nonostante le ernie del disco ti tormentassero già nel 2007. Ho amato quella casa perchè doveva essere l'inizio della mia vita matrimoniale, il sogno di una bimba che diventava realtà ma oggi continuo ad amarla perchè in quella casa c'è l'amore di mio padre per me. Anche se oggi non vivo più lì, anche se il mio sogno di bimba è andato in mille pezzi. 
Te lo ricordi papà cosa mi dicesti il giorno del mio matrimonio, quando io piangevo da ore e stavo male? "Ma non sarà che hai cambiato idea? Guardami in faccia... Senti, a me non me ne frega niente degli invitati, dei soldi, del vestito e  della figura. A me interessa che tu sia felice. Perciò se hai capito che non ti vuoi sposare, io annullo tutto adesso e ce ne andiamo al ristorante a farci una mangiata."
Ti ho guardato come se fossi ammattito in quel momento ma oggi mi domando se tu non avessi già capito cose che io non avevo potuto o saputo vedere. E questa domanda ancora non te l'ho fatta...
Quel matrimonio c'è stato e tu mi hai lasciata nelle mani di un altro uomo, un uomo che mi ha poi abbandonata nel momento più difficile della mia vita: quello della malattia. 
Chissà se ci pensi mai a quei giorni in cui tutti i nostri equilibri sono saltati, a quei giorni in cui aspettavamo trepidanti una diagnosi che poi è arrivata ma non conoscevamo il nemico. Lo conosceva solo mamma ed infatti quella sconfortata era lei. Ti ricordi io e te, papà, come reagimmo? Eravamo sollevati perchè, per giorni, avevamo pensato ad un tumore ed invece era Morbo di Crohn. Qualsiasi cosa fosse lo avremmo affrontato e vinto. Beata ignoranza la nostra! 
Anche allora se non ti avessi avuto vicino, insieme a mamma, non lo so che ne sarebbe stato di me. Perchè io sono andata in mille pezzi dopo l'abbandono del mio ex marito, quando ho lasciato la casa che tu avevi ristrutturato per me, quando la malattia mordeva senza darmi tregua. Sono stati anni difficili quelli ma non c'è stata una singola volta in cui, se ti ho chiamato, tu non sia corso da me. Come un vero principe azzurro.
Ma un giorno il principe azzurro si è ammalato ed ha rischiato di morire. Ti ho mai detto che mi è tremata la terra sotto i piedi? Ti ho mai detto che ho avuto paura di perderti a causa di quella maledetta infezione? Sai quante volte io e mamma ti guardavamo con tenerezza in ospedale prima e a casa poi, vedendoti dimagrire, giorno per giorno, vedendo la tua energia svanire? Tu sei il mio super eroe e vederti in quel momento di forte fragilità mi ha fatto crescere. Sei diventato un essere umano in tutto e per tutto ai miei occhi. L'uomo più speciale del mondo ma, finalmente, ero capace di concederti di essere fragile. Abbiamo lottato insieme, tutti insieme e tu sei guarito. Sei tornato tu.




Mio papà a 18 anni, Poi dici perchè lo volevo sposare...

Sono passati anni dalla separazione e poi dal divorzio e, un giorno, ti ho detto che mi sarei trasferita a 500 km da te per andare a vivere con A. Me la ricordo la tua faccia... E sorrido. Non mi hai ostacolata, mi hai spesso rassicurata e mi hai solo chiesto di farti una promessa ed io la manterrò, papà. Il giorno in cui sono partita mi hai abbracciata e mi hai detto: "Mi raccomando. Io sono qui, sempre.". Ed io lo so che ci sei, anche oggi che siamo lontani fisicamente, ma sempre un cuore solo.
Il giorno che a Roma, nei primi mesi dopo il trasferimento, mi ha seguita quell'energumeno, ho chiamato te e ti ho tenuto al telefono per un'ora buona, te lo ricordi? Tu stavi tornando a casa e te ne sei stato un'ora chiuso nel furgone, sotto la pioggia a tenermi compagnia. Che figlia matta che hai...
Sai papà, volevo solo dirti che mi manchi ma sono felice, sto bene e non rimpiango la scelta fatta. 
Voglio solo dirti che ti voglio bene e che è bello sapere che ci sei. La distanza da te e da mamma mi sta insegnando ad amarvi ancora di più, se possibile e voglio vivere questa cosa come un dono e non come una mutilazione.
C'è un passo della lettera di Riccardo Rossi a sua figlia che ci descrive e che io, ogni anno, ti dedico perchè racchiude tutto ciò che tu sei per me, il mio porto sicuro:

"E ricordati, cara figlia mia, che se una volta, quando sarai una donna, dovessi attraversare un momento difficile in cui ti sentirai sola come mai ti è successo e non troverai nessuno accanto, dovrai girare la testa per guardare dietro di te. E troverai un uomo solo. Tuo padre. "

Ti voglio bene, Papozzo mio, tu sei una delle benedizioni della mia vita. Buona festa a te che sei sempre stato Padre.








giovedì 16 marzo 2017

Le cose semplici


Foto Andrea Mandosi


Oggi è una di quelle giornate in cui apprezzo pienamente la nuova dimensione in cui vivo. E' il mio giorno libero dal lavoro, un giorno infrasettimanale. La giornata non sembrava essere iniziata nel migliore dei modi perchè non mi sento bene: ho mal di gola, una simpatica laringite da giorni e sono quasi completamente senza voce.
Ho aperto gli occhi alle 6, Eva sonnecchiava vicino a me, sentivo A. prepararsi per andare al lavoro. Nonostante il malessere mi sentivo rilassata. Una mezz'ora dopo il mio risveglio, A. è uscito di casa dandomi un caldo bacio sulla fronte ed io, quasi per consolarmi della sua assenza, mi sono spostata sul suo lato del letto. Mi sono coperta e ho immerso il viso nel suo cuscino per sentire il suo profumo e così accoccolata mi sono riaddormentata. Ho dormito un'oretta, non di più, poi mi sono svegliata con Eva vicino che si stiracchiava e sbadigliava prima di riaccucciarsi sul suo cuscino. Mi sono stiracchiata anch'io, mi sono alzata e, già con il mio taccuino e la penna in mano, mi sono diretta in cucina dove ho messo su l'acqua per un buon the. 
Ero pervasa da una sensazione di benessere che non provavo da tempo. Ho aperto le persiane ed il sole ha inondato letteralmente la cucina facendomi socchiudere gli occhi per la troppa luce. 
Fulmine ha fatto capolino dal davanzale della finestra, mi ha dato piccole testatine sulla mano per poi scivolare dentro casa ed avvicinarsi alle sue ciotole per sgranocchiare due croccantini. Ho preparato la tazza con il filtro del the all'arancia e zenzero, il mio preferito del momento, il vasetto del miele d'acacia che produce direttamente un collega di A. e che me ne ha fatto dono ed il pacco di biscotti. Gesti lenti, tranquilli, sereni. 
Nonostante il mal di gola ed il mutismo forzato, tutta questa pace intorno a me era perfetta. Ho posato la tazza fumante sul tavolo e ho messo due cucchiaini di miele. Un terzo cucchiaino l'ho messo direttamente in bocca, per attenuare il bruciore alla gola. Ha un sapore particolare questo miele: c'è una nota d'uva che lo rende unico.



Mentre aspettavo che il the intipidisse un pò, sono andata a controllare Eva che dormiva tranquilla sul lettone, ho preso il pc e sono tornata in cucina. Ho fatto colazione sorseggiando the, mangiando biscotti e trascrivendo sul pc un paio di idee che mi erano venute in mente nella notte e che avevo annotato velocemente sul mio taccuino prima di rimettermi a dormire. 
Il sole mi riscaldava mentre ero seduta al tavolo, Fulmine guardava l'orizzonte, dal davanzale della finestra aperta e, mentre stavo per scattargli una fotografia, è scappato verso un richiamo o qualcosa che aveva udito soltanto lui. Ho sorriso... Lui ed Eva sono bellissimi da guardare nella loro spontaneità e nella semplicità del loro vivere alla giornata.
A quel punto erano le 11 passate e mi sono sistemata un pò. Ho preparato le verdure per il minestrone e, mentre cuoceva, inondando casa del suo profumo, io mi sono messa a scartare un pacco di Amazon che conteneva due libri per la rubrica degli esordienti del blog. 
Sono uscita in giardino: sta esplodendo la primavera, i fiori sbocciano e sta tornando un bel verde carico tutto intorno a me. Questa è la mia prima primavera ad Orte e sto cercando di godermi tutti i colori, i cambiamenti, i profumi intorno a me. Mi è venuto da pensare alla mia Genova che, in questo periodo, inizierà a dare il meglio di sè con le fioriture ed i colori del mare a primavera, il tiepido sole che spinge tutti in spiaggia, quel sole e quel mare che portavano me, ore ed ore, a Boccadasse a leggere, a scrivere o a pensare. Anche ad Orte il sole è caldo e ti avvolge, avevo voglia di sedermi in giardino a leggere ma, essendo ancora malaticcia per via della laringite, ho desistito subito dal proposito.



Nel nostro giardino 

Ho dato un' ultima occhiata al nostro giardinetto in rinascita, alle colline verdi in lontananza, ho accarezzato Fulmine acciambellato dentro un vaso di terra al sole che dormiva placidamente e, poco lontana da lui, alla gattina dei vicini incinta, probablmente proprio di Fulmine visto che sono inseparabili, stesa sul prato al sole.


Il riposo del guerriero
Sono rientrata in casa e ho accceso la TV, cosa che non faccio mai.  Ho mangiato qualcosa di veloce e ho fatto un pisolino. Nel pomeriggio ho fatto un bagno caldo con dei sali alla rosa, una maschera viso all'aloe vera, shampoo e maschera ai capelli.
Ho aspettato A., apparecchiando la tavola e preparato la cena. Abbiamo chiaccherato della giornata, guardato e commentato la tv. Piccole cose, piccoli gesti, immensa serenità e gioia.
Non so nemmeno perché ho scritto tutto questo. Forse perchè avevo bisogno di ricordare a me stessa l'importanza delle piccole cose, del tempo per me, dell'importanza di apprezzare ed amare ciò che ho, ciò che mi circonda, ciò che ancora devo conoscere. Non è mica retorica, non starò certo qui a fare e a farmi un pippotto sull'accontentarsi, io non sono una sostenitrice di "chi si accontenta, gode" ma credo che,  a volte, mi faccio inglobare dalla quotidianità, dallo stress, dalle corse, dalle cose da fare, dalle cose che non riesco a fare come vorrei, da ciò che mi manca. E quando succede,  perdo un pò di equilibrio, un pò di serenità, un pò della mia allegria.
La mia vita dopo il trasferimento, come ho detto diverse volte, è molto piena ma anche molto stressante. Vivo nel rumore, nei ritmi frenetici di Roma e del mio lavoro, cercando di incastrare tutto: pendolarismo, lavoro, turni, casa, vita privata e sociale, interessi, progetti, parenti e blog. A volte  annaspo, fatico a star dietro a tutto, mi rendo conto che le giornate non mi bastano per fare tutto ciò che vorrei e che dovrei fare. Ci sono giorni che ho l'impressione che le ore mi scivolino via dalle dita senza che io le riesca a vivere al massimo delle loro potenzialità. Altre volte mi faccio un programma ben dettagliato dalla sera prima e, puntualmente, lo disattendo: a volte non per colpa mia ma per ritardi nei treni, o altri problemi, altre volte proprio perché mi faccio sopraffare dalla stanchezza e dal bisogno di riposo, vedo così tante cose da fare che, alla fine, non combino nulla. Vi capita mai? 
Tutto questo genera in me frustrazione e sono solo giornate come questa, così lente da essere intense da morire,  a regalarmi nuove energie e nuova voglia di fare.
Avete presente lo spot di una Jeep che sta andando in queste settimane in tv? Il protagonista è carico di impegni e non sta fermo un minuto, ha una routine cadenzata e la fantastica auto dovrebbe compensare questi ritmi folli, con una fuga verso l'avventura. Beh, molti di noi non possono sempre fuggire verso l'avventura ogni volta che ne hanno bisogno ma è necessario saper riconoscere il momento in cui occorre rallentare, fare le cose lentamente, con calma e prendersi il tempo per guardarsi intorno ed assaporare, annusare, toccare ciò che ci circonda, che sta vicino a noi. Toccare noi stessi.
Solo da questo si può ripartire con nuove energie e nuove idee. Domani mi ributto nella mischia, adesso però mi concederò una tranquilla serata con il mio compagno e i miei gatti. 
Rallentate ogni tanto e assaporate il lento scorrere di una giornata di sole.





mercoledì 8 marzo 2017

Viaggio fra gli Autori emergenti: Episodio 1- Insegnami ad amare di Stefania Fabrizi









Nelle ultime settimane, dando un'occhiata alla mia lista dei contatti nei vari social e nella pagina Facebook del blog, mi sono accorta che molti di loro sono aspiranti scrittori o Autori emergenti. Autori che provano in modi diversi a farsi conoscere al grande pubblico, che provano a veder pubblicate le loro opere, a cercare una chance.

Trovare una Casa Editrice disposta a pubblicare, senza che l'Autore debba in qualche modo contribuire economicamente e, molto spesso, nemmeno in modo esiguo ma piuttosto corposo, sembra ormai utopia. Di qui nasce la tendenza, sempre più diffusa ed accessibile a chiuque, del self publishing, ovvero l'autopubblicazione.

Sono un'appassionata di lettura, un pò anche per necessità soprattutto da quando mi sono trasferita.

Il mio Kobo viaggia sempre con me sui treni ed è una preziosa compagnia della mia vita da pendolare.

Molto spesso mi sono imbattuta in libri autopubblicati di scarisissima qualità, senza nessun tipo di novità, spesso libri nati sulla falsa riga delle famose e da me poco apprezzate "Cinquanta Sfumature". Il problema del self publishing è che chiunque pensi di essere il nuovo Oscar Wilde può pubblicare il suo romanzo e, di fatto, intasa il settore non permettendo a chi davvero ha talento di emergere e di avere la possibiltà di farsi conoscere.
Da tutte queste riflessioni, ovviamente maturate su un treno per Roma, è nata l'idea di utilizzare lo spazio di Aspettando le Astronavi per recensire i libri di esordienti che maggiormente mi sono piaciuti, intervistando anche gli Autori. Perciò da oggi, una volta al mese, il blog proporrà questo "viaggio" fra gli Autori emergenti.

Il primo episodio è dedicato ad "Insegnami ad amare" di Stefania Fabrizi, edito da Delos. Il libro è il primo della collana Odissea Romantica ed é uscito il 17 gennaio 2017. E' disponibile sia in cartaceo che in digitale.



Sinossi:



Langhe, fine agosto 2010. La vita scorre fin troppo tranquilla nella cascina di Bossolasco dove la giovane Annita trascorre le sue giornate ad aiutare la famiglia nei campi e a rimuginare sul suo futuro, faticando a liberarsi da un’infanzia segnata dal dolore per la perdita di sua nonna, unica persona che le ha dato il suo affetto. L’impasse esistenziale di Annita viene sconvolta dall’arrivo inaspettato di David, giunto dall’Inghilterra come volontario del w.w.o.o.f. nelle attività agricole della cascina e appassionato lettore di poesie con cui lei, a poco a poco, scopre di avere una profonda sintonia. Qualcosa cambia per sempre, Annita scopre l’amore e si trasforma in donna insieme a David che, giunto al termine della sua permanenza in Italia, dovrà separarsi da lei. Restare o raggiungerlo? Cambiare vita per sempre o rinunciare alla felicità? Solo il cuore potrà deciderlo e darle il coraggio di compiere la svolta definitiva.



Recensione:


Non sono una lettrice seriale del genere romance ma questo romanzo mi ha veramente conquistata. I personaggi sono caratterizzati benissimo. In particolare, Annita e David possono essere “sentiti” a fior di pelle perché tremendamente reali con i loro pregi, le loro fragilità ed i loro demoni. Annita vive un vero percorso di crescita ed il romanzo, il ritmo della narrazione, cresce con lei. All’inizio tutto è avvolto dalla statica quiete della cascina di Bossolasco, pare che nulla debba mutare, la lettura procede con i lenti ritmi dei personaggi. Eppure si insinua nel lettore, non so come spiegare, uno sfarfallio al petto, la sensazione di un’ energia inesplosa che cambierà la statica quiete dell’inizio. Ho ritrovato in me alcune inquietudini della giovane protagonista e molti dei fantasmi che appartengono a David. Non voglio dire molto perché significherebbe svelare troppo la trama ed “Insegnami ad amare” è una sorpresa continua che va assaporata senza rischi di spoiler ma le tipologie umane ci sono praticamente tutte in questo romanzo e tutti noi ci possiamo ritrovare in Annita e David. Nel mio caso poi conosco bene il pregiudizio che accompagna una coppia con almeno dieci anni di differenza d’età e questo mi ha fatto sentire molto vicina alle creature della Fabrizi.

I luoghi sono descritti meravigliosamente, sembra di essere lì nelle Langhe e di respirare i profumi e gli odori, di sentire la pioggia, il vento, il calore del sole, di vedere le meraviglie che l' Autrice ci mostra, attraverso la sua narrazione. Persino i profumi della cucina arrivano direttamente attraverso le pagine del libro, soprattutto la torta di nocciole che Annita prepara insieme a Rita è una delle parti più belle, al di fuori del filone principale, perché trasporta il lettore nella cucina insieme a loro e gli fa sentire consistenza, profumo e sapore del dolce che viene preparato.

Altra cosa che ho trovato molto bella del romanzo, sono le citazioni letterarie e anche i richiami musicali, in particolare a David Bowie che fa da colonna sonora a tutto il romanzo. Non è facile trovare in scrittori esordienti una tale capacità di citare appropriatamente e senza essere mai banali. Stefania Fabrizi si dimostra un talento anche in questo.

Ma sopra ogni cosa ho apprezzato il suo garbo nel raccontarci questo amore delicato ma appassionato senza essere mai volgare. Capiamoci, io non ho nulla contro i romance con scene di sesso, o contro il romanzo erotico ma, se devo pensare al genere erotico, io penso ad Ananis Nin e non alle Cinquanta sfumature e a tutti i cloni usciti negli ultimi anni. I romanzi d’amore oggi sono intrisi di sesso, di scene ripetute e copiate, tutte uguali e senza nessuna originalità. Stefania Fabrizi mi ha fatto un regalo: mi ha raccontato una storia d’amore meravigliosa senza dirmi quanto fossero turgidi i capezzoli di Annita o lungo il membro di David. Di questo la ringrazio, perché  non c’è n’è bisogno, non c’ è assolutamente bisogno per raccontare un amore di eccedere con i dettagli della vita intima dei protagonisti. La tensione sessuale fra Annita e David la si sente fin dal loro primo incontro, il desiderio è presente continuamente ma senza che i protagonisti finiscano a letto praticamente per tutto i romanzo. Un ritorno ad una qualità narrativa che non vedevo da tempo. La capacità di raccontare i sentimenti più profondi senza eccessi di gusti particolari e frustini. Il sesso è dimensione dei protagonisti. I loro gusti personali sono loro, esattamente come dovrebbe essere nella vita reale. Si dovrebbe vivere la sessualità liberamente ma senza farne per forza mostra a tutto il resto del mondo.

Insomma avrete capito che io questo romanzo ve lo consiglio caldamente perché è una bellissima esperienza emotiva, perché scoprirete luoghi che avrete voglia di visitare, oppure vorrete tornarci, perché è scritto bene, perché è diverso da tutto ciò che sta circolando sul tema amore ultimamente. Stefania Fabrizi merita di essere letta. “Insegnami ad amare” è una storia che merita di essere vissuta ovviamente con David Bowie in sottofondo.



 David Bowie- Space Oddity





Intervista con Stefania Fabrizi:


Aspettando le Astronavi: Ciao Stefania, benvenuta su Aspettando le Astronavi e grazie per il tempo che hai deciso di concedere a questa intervista!

Stefania Fabrizi: Ciao, grazie a te per avermi dedicato questo spazio, rispondo volentieri alle tue domande.

A: Iniziamo da te… Chi è Stefania Fabrizi? Come ti descriveresti?

S: Dunque, la prima parola che mi viene in mente per descrivermi è “sognatrice”. Io ho spesso la testa tra le nuvole soprattutto perché mi piace spaziare con la fantasia, per questo che nella scrittura ho trovato il mio hobby preferito; mi piace osservare il mondo intorno a me e prendere spunti e ispirazione anche dalle piccole cose. Ti rivelo un segreto: qualche volta lascio la macchina a casa e prendo  i mezzi pubblici per stare in mezzo alla gente e prendere “appunti mentali”!

A: Qual è il tuo libro preferito?

S: Ho due libri preferiti: “Camera con vista” di E. M. Forster e “Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde.

A: E la tua canzone preferita?

S: Beh sono una grandissima fan dei Queen e ti direi che amo (quasi) tutte le loro canzoni, quella che considero la mia preferita è “My fairy king” scritta da Freddie Mercury.

A: “Insegnami ad amare” è il tuo romanzo d’esordio? 

S: “Insegnami ad amare” è il mio secondo romanzo. Infatti ho esordito nel 2008 con un altro libro che ora è fuori catalogo e che ho riscritto completamente, è sempre una storia sentimentale ma è completamente diversa sia come ambientazione che come caratteristiche dei personaggi.

A: Come nasce la storia di Annita e David? L’hai scritto di getto, un po' alla Isabel Allende con “La casa degli spiriti oppure è una storia che ha avuto una lunga gestazione?

S: La storia di Annita e David si è formata piano piano, il brain storming è durato molto tempo anche perché all’inizio avevo intenzione di scrivere una storia di fantasmi. Annita si chiamava Annalisa e David si chiamava Jake, lei nella mia idea era nata fin da subito come una giovane ragazza che viveva in mezzo alla campagna e lui era un poeta giramondo amante della solitudine e della propria indipendenza. Ti stupirò dicendoti che non volevo che tra loro sbocciasse l’amore, anzi erano talmente diversi da sopportarsi poco e capirsi ancora meno però erano accomunati da un unico obiettivo: scoprire il mistero di strane apparizioni in un casolare abbandonato. I personaggi secondari erano molti di più e tra loro c’era la madre di lei, che poi nella versione finale è stata sostituita dal fratellastro Michele. Gabriella era la sorella, ma poi è diventata la cognata e Nausica viaggiava con il fidanzato che poi è stato sostituito dalla madre. Tutte queste trasformazioni sono durate circa tre anni di lavoro tra brain storming, stesura e revisioni.


A: Ti sei ispirata a qualche persona reale per la caratterizzazione dei tuoi personaggi sia primari che comprimari?

S: Ad ogni personaggio corrisponde la faccia di un attore/attrice realmente esistenti, trovati da internet dopo un lungo “casting”. Una volta trovato il cast, mi sono salvata immagini e video che mi sono guardata durante la stesura per carpire gesti e smorfie del viso, il timbro della voce, la risata e tutto il resto. Per la caratterizzazione il discorso è diverso: David è la personificazione del mio immenso amore per l’Inghilterra, è più un’allegoria che un personaggio. Annita non prende spunto da nessuno, il suo carattere è nato da zero da sé durante la stesura mentre Michele, Gabriella e Simone sono un misto di tutte le persone che ho conosciuto o con cui ho avuto a che fare negli anni, frequentando la zona delle Langhe (perché mio marito è di Acqui Terme), da cui ho rubato espressioni idiomatiche, mentalità, abitudini, ecc.. non da tutti eh! Solo da chi mi ha colpito in un senso che poi è stato funzionale al tipo di storia che ho scritto, cioè quello di una realtà contadina a tratti un po’ isolata dal resto del mondo. Nausica e Rita sono invece il mio alter ego, essendo romana anche io, soprattutto la prima, nel senso che mi sono voluta infilare nella storia come ha fatto anche Forster con la signorina Eleanor Lavish in “Camera con vista”, una specie di “spalla” della protagonista, una osservatrice che porta consigli e buonumore e che, nel mio caso, aiuta Annita nella risoluzione del suo problema. 

A: Quanto c’è di autobiografico nel tuo romanzo?

S: Di autobiografico c’è molto poco se non nei dettagli delle descrizioni ambientali, voglio dire che i posti che descrivo li ho visitati davvero. Nella storia in sé non c’è nulla di autobiografico, al contrario dell’altro romanzo che conto di pubblicare entro quest’anno e che invece ha molti aspetti che appartengono alla mia vita privata.

A: I luoghi che descrivi nel romanzo li hai personalmente visitati? La cascina di Bossolasco è ispirata a un luogo reale?

S: Ecco, come dicevo poc’anzi, la cascina di Annita esiste davvero ed è un agriturismo di Bossolaschetto in cui ho soggiornato due giorni preziosissimi durante i quali ho fatto tante foto e filmati. Ti farò sorridere dicendo che ho ascoltato i rumori che mi circondavano, annusato tutti gli odori e ho toccato il prato, il pavimento all’interno della cascina, i muri, le foglie, sono stata una buona mezz’ora nella radura di Annita accanto al suo Albero Papà.

A: Qual è l’ora migliore per scrivere secondo te? 

S: Credo che l’ora migliore per scrivere sia soggettiva, personalmente sono più produttiva al mattino dopo un buon caffè! Mi è capitato di scrivere a tutte le ore del giorno, persino alle tre di notte ma mi è capitato anche di addormentarmi sulla tastiera a quell’ora!

A: C’era un’abitudine particolare durante la stesura del romanzo? Un rito a cui non potevi rinunciare, ad esempio.

S: Due abitudini in particolare: disponevo le foto del cast di cui ti dicevo, una vicino l’altra, sotto il file aperto di word. Guardare le facce dei personaggi mi aiutava a riflettere soprattutto sui dialoghi. Un’altra abitudine era quella di mettermi le cuffie e ascoltare la versione strumentale delle canzoni che cito nel romanzo, in particolare “Space Oddity” ma anche “Absolute Beginners”, “Starman” e “Life on Mars?”. Infatti, come hai potuto vedere, David Bowie è citato più volte nel romanzo e si intreccia anche con lo svolgimento della trama. Ascoltavo anche i file audio degli effetti sonori legati alla storia, per esempio il verso delle cicale in estate quando narravo dei fatti accaduti alla fine di agosto, oppure il rumore del trattore, i fischi del vento negli infissi e anche quello del forte temporale che arriva di notte sulla cascina e di cui Annita è spaventata. Ho sempre cercato di vivere in prima persona quello che stavo raccontando.

A: Immagino sia stato difficile conciliare lavoro, famiglia (hai due figli piccoli) e la stesura del romanzo. Come hai fatto? La passione muove davvero energie profonde oppure hai pensato di mollare in qualche momento?

S: Durante la stesura ho cercato di approfittare del tempo libero grazie ai turni di lavoro pomeridiani. Per il resto, mi sono ritagliata una mezz’ora al giorno o al massimo un’oretta quando riuscivo a farlo sia durante la settimana che nei weekend. La scrittura mi appassiona molto e non giro mai senza carta e penna in tasca, elaboro idee anche durante le faccende domestiche e mi è capitato di scrivere con mio figlio più piccolo in braccio. Sono fortunata perché ho una famiglia che supporta e “sopporta” molto questa mia passione e anzi tifa per me.

A: Una curiosità od un aneddoto particolare legato al romanzo?

S: Un aneddoto? Ti sembrerò matta! Quando mio marito quando mi ha portata quel weekend nella cascina di Bossolasco, abbiamo incontrato una persona molto simile a Gabriella  e appena l’ho vista mi sono illuminata e ho iniziato a tempestarla di domande per rubarle qualche frase che poi ho infilato nel romanzo. Le domande erano tipo “Ma voi che animali avete qui?”, “Ma la raccolta di nocciole esattamente come la fate?”, “Ma cosa c’è nel fienile che vedo lì?”, “Ci sono radure qui intorno?” e lei mi rispondeva sempre più perplessa perché la fissavo per studiare le espressioni del viso e le parole che usava. La cosa bella è che aveva un marito molto simile a Michele e per me stare lì con loro, nella cucina che io avevo immaginato ancora prima di sapere che esisteva davvero, beh, mi ha fatto un gran bell’effetto. Ho avuto l’impressione che da un momento all’altro potessero comparire anche gli altri. Diciamo che visto che per David mi sono ispirata a Michael Fassbender, se fosse comparso non mi sarebbe dispiaciuto affatto!

A: Tu hai avuto la possibilità ed il merito di pubblicare con una Casa editrice: la Delos. Ti va di raccontarci il tuo percorso, le eventuali porte in faccia e come sei arrivata alla Delos?

S: Sono arrivata alla Delos Digital grazie ad una ragazza che aveva pubblicato con la mia stessa casa editrice nel 2008. Lei ha pubblicato diversi racconti e romanzi con loro e mi ha detto “Provaci anche tu, perché no?” e allora il 3 febbraio del 2016 ho inviato il manoscritto sia alla Delos che ad altre case editrici. Ho atteso quasi tutto l’anno e poi il 14 ottobre sono stata contattata dalla curatrice della collana Odissea Romantica. Il mio romanzo le è piaciuto al punto che lo ha scelto per inaugurare l’esordio della collana stessa, il 17 gennaio scorso. Nel giro di qualche giorno ho firmato un contratto editoriale (non ti dico la felicità immensa) e ho curato l’editing, la copertina e approvato l’impaginazione per la forma cartacea… tutte cose che appartenevano ai miei sogni solo fino a qualche giorno prima. Si prendono anche porte in faccia ma alla fine ciò che conta è continuare ad impegnarsi e a crederci.

A: Il genere romance è abbastanza saturo di pubblicazioni sia con CE che attraverso self publishing: quali pensi siano i punti vincenti, l’originalità di Insegnami ad amare?

S: “Insegnami ad amare” è un po’ diverso dai classici romanzi d’amore, credo, soprattutto per quanto riguarda il finale, che non voglio rivelare a chi vorrà leggere il romanzo. Io ho voluto raccontare qualcosa che assomiglia ad un viaggio evolutivo della personalità di Annita, come un risveglio di coscienza e desiderio di cambiare già latente in lei che poi prende il via con l’impatto scioccante che ha grazie all’incontro con David. Lui è affascinante ma non è il classico belloccio appariscente, né muscoloso, né milionario dominatore dei sentimenti di lei, David è un uomo normalissimo che si potrebbe incontrare per strada, un pediatra con la passione della poesia, riservato e brillante allo stesso tempo, che coglie qualcosa dentro di lei e lo tira fuori risaltandolo. L’affinità tra David e Annita va oltre la mera attrazione fisica, è un dare-avere psicologico, un incontro di anime alla ricerca di qualcosa che trovano l’uno nell’altra, a dispetto delle diversità di cultura, di età e di lingua. Tu da lettrice cosa ne pensi?

A: La penso esattamente come te. "Insegnami ad amare" racconta la crescita interiore di Annita, la sua metamorfosi a Donna. Il legame che la lega a David è un' affinità che va ben oltre il sesso, è un'affinità mentale che io conosco, perché ho avuto ed ho la fortuna di sperimentarla quotidianamente. Anch'io ho incontrato il mio "David" che ha sconvolto la mia vita e mi ha permesso di completare la mia metamorfosi e di trovare in me il coraggio di vivere. Il romanzo, secondo me, si riassume in una frase di Marta al capitolo VIII: "Uscire dal proprio guscio, dalla propria dimensione conosciuta e protetta, quella è la vera sfida. Ecco, io ho capito che dovevo tirare fuori il coraggio e iniziare a vivere. Bada bene, ho detto vivere e non esistere".

A: Che cosa pensi del self publishing? Secondo te può essere una risorsa per gli aspiranti scrittori? E tu hai mai pensato di pubblicare come self?

S: Il self-publishing è una valida alternativa alla pubblicazione con la CE e potrebbe essere un modo per farsi notare dalle CE stesse. So infatti di amici autori che sono stati “pescati” dal self publishing e a cui sono stati sottoposti dei contratti editoriali. Io non ho mai considerato l’ipotesi della auto pubblicazione perché mi sento più sicura se ho il supporto di professionisti dell’editoria, sia in termini burocratici che in termini di consigli sull’editing del testo. Quindi invio manoscritti e attendo fiduciosa, non ti nascondo che tento la fortuna solo con CE grandi o partecipando a concorsi letterari, questo perché ho sogni ambiziosi, pretenziosi forse, ma ci credo fermamente e continuo a dare anima e corpo alla scrittura. 

A: Ultima domanda: pensi che leggeremo ancora di Annita e David? 

S: Il seguito di “Insegnami ad amare” è una questione spinosa, nel senso che ho buttato giù due idee e ho anche preso un aereo fino a Brighton, la città di David, in cerca di ispirazione, al momento però la stesura è ancora in embrione perché mi sono dedicata a terminare l’altro romanzo. Mai dire mai.

A: Grazie Stefania e alla prossima!

S: Grazie a te, mi ha fatto molto piacere essere ospite del tuo blog



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Al prossimo episodio!